27/07/2011
Scuse
Ciao ragazze/i,
vi devo tantissime scuse per mesi di silenzio.
La mia vita è stata un po' stravolta: come alcune di voi sanno ho comprato casa con il fidanzato e questo mi ha tolto il tempo di scrivere, ma poi le cose sono evolute ulteriormente, in quanto ci siamo lasciati, quindi problemi aggiuntivi, fino alla pazza decisione di trasferirmi all'estero.
Quindi sono qui a Londra a scrivervi e chiedervi scusa per avervi trascurate/i. La nuova scusa ovviamente è che sto cercando di ambientarmi, sto conoscendo mille persone, sto esplorando la città, cerco di divertirmi e alla fine non ho mai tempo. è la verità, ma lo so che alla fine, in fondo in fondo, è una scusa, perchè ahimè credo che per la scrittura ci voglia ispirazione e in questi 2 anni sono cresciuta e cambiata e non so se riesco a rimettermi di nuovo nei panni di Vicky e a farla parlare. Ma prometto che ci proverò e spero a settembre di riuscire a inviare di nuovo una di quelle brevissime mail che vi avvisavano dell'uscita del capitolo.
Grazie per aver continuato ad incoraggiarmi nonostante sia passato tutto questo tempo!
Un bacio!
22:52
Scritto da: giorjazz
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18/05/2010
Capitolo 18 - Rotture
18.
Rotture
Non riuscii a rilassarmi come volevo. A casa trovai Sarah, che mi accolse con un affettuoso abbraccio.
“ Vicky, da quando c’è in giro Chris non ti si vede più!”.
Era vero, non sapevo nemmeno dire da quanto tempo non la incrociassi, mi sembrava un’eternità. Il senso del tempo era scomparso, ero un burattino in preda agli eventi. Mi sentivo come una girandola, che ruotava al cambiare dei venti, venti freddi, ululanti, alternati a dolci tepori che mi riscaldavano. Giravo, giravo e non riuscivo a capire quale vento mi stesse realmente spingendo. Chi stava giocando con me? Il vento dell’est? Il caldo vento proveniente dal verde entroterra?
Giravo, voltavo, ondulavo senza pace, senza la facoltà di capire.
“Hai ragione, sono stata un po’..” sorrisi “..presa” .
“Diciamo che tuo fratello se l’è strapazzata ben bene” rise mia sorella maliziosa.
“Karin.. tu sei…”.
“Calme ragazze, dai” Sarah allungò un braccio tra di noi. “Noi stasera andiamo a giocare a bowling con qualche amico, vuoi aggregarti?”.
Avrei voluto volentieri. Odiavo il bowling, ma avrei desiderato fare qualunque cosa, pur di non incontrar Eiichi. Nulla mi obbligava in fondo, bastava avere un po’ più fiducia in Chris.
“Io…” non riuscii a finire. Sì, sì, voglio venire. Volevo gridarlo, abbracciare Sarah per la possibilità che mi stava offrendo. Un po’ più fiducia in Chris… No, non era più possibile. Non gli credevo più.
“Non posso stasera, ho promesso a Paul che lo avrei aiutato”. Avrei preferito non dover mentire, ma non volevo attirare domande inutili.
“Allora magari passiamo a salutarti dopo, così magari riesco anche a rivedere Chris, che immagino, sarà lì con te”.
“Chris? No, lui non credo che verrà”. Dissi abbassano lo sguardo “E poi, andate a divertirvi un po’, non ha senso che veniate da Farrington, quando si fa qualcosa di diverso tanto vale sperimentare, invece che tornare nei soliti posti”.
Sarah mi sembrò perplessa. Mi guardava e sembrava turbata: era come se volesse dirmi qualcosa, ma non sapeva decidere se fosse opportuno.
“Sputa il rospo” la incitai.
“A cosa ti riferisci?” fece finta di niente.
“Lo so che vuoi dirmi qualcosa” insistetti.
“No, è solo che.. beh, Chris aveva detto che vi sareste visti oggi..”.
Perché aveva mentito a Sarah? Non avevamo preso accordi, non dovevamo uscire. Cosa doveva fare da solo?
“Sì sarà confuso, più tardi lo chiamo per assicurarmi che non si tenga inutilmente libero per me” sorrisi come se fosse tutto a posto. Ormai potevano darmi un Oscar come miglior attrice protagonista per quanto ero diventata brava a fingere.
Sarah si tranquillizzò e riprese a sorridere come sempre. Era di una bellezza spiazzante, i suoi lineamenti richiamavano i dolcissimi tratti del viso di Chris. Anche gli occhi erano della stessa intensità.
“Noi usciamo tra qualche ora, resti a farci compagnia? Abbiamo comprato dei biscotti buonissimi”.
“Grazie Sarah, ma se non vi dispiace, preferisco andare a riposarmi un pochino, stasera credo che mi stancherò molto”.
“Certo, tranquilla, buon riposo”.
Corsi in camera, volevo dimenticarmi di tutto, ma il mio rifugio era stato contaminato. Mi buttai sul letto e chiusi gli occhi, cercando di spegnere il cervello per qualche minuto. Non mi fu possibile, ero troppo tormentata: cosa doveva fare Chris quella sera? Perché dire che usciva con me? Qualunque cosa dovesse fare poteva dirla tranquillamente, non aveva più quindici anni, non gli serviva un alibi. Poteva anche solo dire che sarebbe rimasto a casa. Presi il cellulare e cercai il suo numero nella rubrica. Rimasi qualche secondo con il pollice sul pulsante verde, indecisa se premerlo oppure no. Che cosa potevo dirgli? “Sarah mi ha detto che stasera pensavi di uscire con me, ma io non ci sono”. E poi? Mi avrebbe senza dubbio chiesto che programmi avessi. Forse la soluzione più aggressiva lo avrebbe spiazzato: “Perché dici a tua sorella che esci con me quando non è vero? Cos’hai da nascondere?”. Non se lo meritava, o almeno, non avevo prove che se lo meritasse. Lui non era il carnefice, ma la vittima. Se veramente avesse deciso di uscire con me? Che cosa potevo fare? Avevo mentito anch’io a Sarah e nel caso l’avesse vista o sentita, sarebbe potuto venire a cercarmi da Farrington. C’era una sola soluzione!
Cancellai il nome di Chris e composi a memoria il numero. Il telefono squillava libero.
“Vicky” rispose la sua voce squillante e dolce.
“Ciao, spero di non disturbarti”.
“Lo sai che non mi disturbi, è solo che… è passato talmente tanto tempo dall’ultima volta che mi hai telefonato”.
“Lo so, mi dispiace, dico davvero!”.
“Oggi mi sei sembrata molto turbata, sei nei guai? Posso aiutarti?”.
“Diciamo di sì… a entrambe..”.
“dimmi cosa posso fare per te” rispose premuroso come al solito.
“Paul, mi sento un verme a cercar..”.
“Vicky, dimmi tutto, davvero, capisco che a volte sia normale allontanarsi un pochino, ma se posso aiutarti, ci sono sempre, non importa cosa accada”.
Ero completamente spiazzata. Come poteva perdonarmi sempre? Perché era sempre così dannatamente disponibile e gentile? Che cosa avevo fatto per meritarmelo? Era un ragazzo meraviglioso, mi indirizzava sempre, mi supportava sempre ed io invece gli avevo voltato le spalle in modo vile, quasi dimenticandomi di lui.
“Tutto bene? Mi stai facendo preoccupare con questo silenzio. Vicky ci sei?”:
“Sì, scusami” quasi sussurrai, quasi mi vergognassi a parlargli.
“Sarebbe un problema coprirmi stasera?” gli chiesi con un filo di voce.
“A chi devo dire che sei stata qui?”
Rimasi in silenzio nuovamente. Non era giusto, non potevo metterlo nella condizione di coprire le mie menzogne, il mio complotto. Non era giusto mentire anche a lui, ma non potevo evitare, questa volta ero io a dover nascondere la verità.
“Chris, vero? Vicky, non mi fa piacere dire buie, ma non è un problema, lo farò, ma solo se mi dici cosa combini? C’è di mezzo qualche altro ragazzo?” la sua domanda era priva di malizia. Non si stava informando sui rivali, era sinceramente preoccupato.
“Se ti dico di sì, ti basta?” in fondo così non stavo mentendo, Eiichi era, più o meno, un altro ragazzo”.
“Se rispondo di no, cambia qualcosa?” ribatté rassegnato.
“No, credo proprio di no”. Risposi dolcemente ma risoluta.
“Allora credo proprio che mi basti” rispose con rinnovata allegria. “Fino a che ora sei stata qui?”.
“Fino a cinque minuti prima di qualunque ora possa essere”.
“Va bene, poi ti mando un messaggio per dirti che ora era, almeno la tua storia sarà coerente”.
“Paul” bisbigliai nuovamente.
“Sì?” rispose nuovamente con voce giocosa.
“Sei un tesoro”.
“Lo so. Ora non preoccuparti e fai quel che devi, ma ti raccomando, fai attenzione: se non mi dici che combini non potrò essere lì per aiutarti”.
“Lo so, stai già facendo molto e… cercherò di essere prudente”.
“Lo spero davvero, ti voglio troppo bene. Ma se non sapessi che stai facendo la cosa giusta, non ti permetterei di cacciarti nei guai”.
“Come sai che è la cosa giusta?”.
“Me lo sento! La mia Vicky fa sempre la cosa giusta” e con una risatina riappese.
Non capivo cosa intendesse: come poteva sapere che stavo per “combinare qualcosa”? Forse credeva che stessi per uscire con un altro ragazzo, forse sperava che il mio affetto per Chris non fosse più abbastanza profondo. Però perché non tornare all’attacco?
Decisi di non pensarci troppo, non avrei potuto fare molto per lui, se non peggiorare la situazione.
Decisi di riprendere a leggere un po’. Presi il libro sul comodino ma cercando l’orecchietta che avevo lasciato, mi scivolò dalla mano. Andava tutto storto. Mi rialzai di scatto con il busto e mi sentii molto pesante, la testa girava. Mi sdraiai nuovamente e pigramente allungai il braccio verso il pavimento alla ricerca del libro. Sentii la copertina piegata tra le mie dita. Odiavo rovinare i libri, provavo troppo rispetto per maltrattarli. Presi la copertina tra le mani e cercai di lisciarla, benché la piega enorme che si era creata non sembrasse volersi attenuare. Guardai quindi l’interno, per capire se c’erano ancora speranze di ridargli un aspetto guardabile. Ma più che la crepa che indicava imminente rottura, fu una scritta a cogliere la mia attenzione.
Perché Chris ed Eiichi sono diventati umani? Perché nello stesso momento?
Ecco da cosa dovevo iniziare. Eiichi mi avrebbe raccontato tutto, non gli avrei lasciato scelte.
Mi aspettava una serata difficile, molto più di quanto avessi solo potuto sospettare, ma ero carica, ero pronta ad affrontare la verità, qualunque essa potesse essere. Basta bugie, l'era dei misteri sarebbe finita! ..addio realtà, pensai malinconicamente Volevo capire tutto ciò che non era concesso sapere al resto degli umani e ci sarei riuscita, ad ogni costo.
Mi vestii di fretta e decisi di avviarmi verso St. Stephen Park. Sari prima passata da Farrington, per non destare sospetti, anzi, avrei chiesto un passaggio a Sarah, non le sarebbe dispiaciuto.
“certo, ti accompagno volentieri ma come pensi di tornare?”
Non ci avevo pensato, ma in ogni caso forse non sarei nemmeno tornata.
“Troverò un passaggio, non preoccuparti. Male che vada prendo un taxi”.
“Se per te va bene, io non ho assolutamente problemi. Sei pronta?”.
“Andiamo!” le sorrisi di gratitudine.
Ovviamente Karin si limitò a sbuffare, evitando le solite scenate per non apparire come una bambina antipatica e capricciosa agli occhi di Sarah.
Mi lasciarono in centro ed erano solo le 8.00: avevo davanti a me ancora un’ora per torturarmi, ma questo era il prezzo da pagare per essere credibile. Decisi di passare da Paul velocemente,sia per ringraziarlo, si per farmi dare un piatto di patatine da smangiucchiare. In realtà non avevo fame, ma mi sentivo debole e avevo bisogno di energia.
Camminai piano, senza affrettarmi, volevo godermi la città, le strade, le luci che iniziavano a brillare nell’ultima luce cobalto del cielo: non sapevo se avrei avuto realmente altre occasioni. Probabilmente mi sbagliavo, Eiichi non aveva veramente motivi di farmi male e di certo non provavo niente per lui, nessun sentimento che mi avrebbe messa a rischio in sua presenza. Eppure avevo paura.
Mentre ero presa a contemplare la città e piccoli negozietti di nuova apertura, notai un locale che era stato aperto da poco ad un passo da Temple Bar. Il muro era verde e la porta d’ingresso a vetri aveva infissi gialli, come tutte le finestre che facevano trasparire una luce calda, uno sfondo perfetto per le mattonelle grezze di rosso sbiadito. Mi sentii improvvisamente attratta e appoggiai un piede sul gradino d’ingresso: perché non provare un nuovo locale una volta tanto. Stavo per aprire la porta quando un gruppetto di ragazzi già fin troppo allegri uscì improvvisamente spingendomi all’indietro e facendomi cadere a terra.
“Scusi signora” si girò uno di loro mentre gli altri mi fissavano ridacchiando. Mi tese la mano in aiuto, ma ero furibonda. Signora? Come si permetteva, avrò avuto al massimo tre anni più di lui. Sembravo così vecchia?
“Si è fatta male?” chiese lui insistendo gentilmente.
“No, non è niente credo” mi toccai la caviglia per verificare che, nonostante il dolore pulsante, non si fosse rotta. Fortunatamente sembrava muoversi.
Appoggiai la mano sinistra a terra per scaricare un po’ di peso, la caviglia faceva troppo male per appoggiarmi, ma in quel momento mi accorsi che oltre al dolore della caviglia e del sedere, anche il polso pulsava e con il peso sentii un dolore indescrivibile. Forse non era tutto a posto come immaginavo.
No, non potevo, non adesso. Non importava se le lacrime mi solcavano il volto per il dolore, non avrei ceduto, non potevo rinunciare alla mia missione.
Quasi rotolando, riuscii a rialzarmi goffamente e fui colpita dalla mia immagine riflessa nella vetrata. Aveva ragione quel ragazzo, sembravo molto più grande della mia età: ero stanca, sconvolta, quasi come se negli ultimi giorni mi avessero risucchiato alcuni anni. Avevo delle occhiaie scure e gonfie che rimpicciolivano visibilmente i miei occhi. I capelli erano arruffati. Ero uno straccio.
“Oggi pomeriggio avevi un aspetto notevolmente migliore! Il polso ti fa male?”
Lo stavo sorreggendo con la mano destra, con una presa stretta. Riguardai ancora una volta la smorfia di dolore del mio viso, prima di girarmi per capire di chi fosse quella voce a me non familiare.
Mi voltai verso l’ingresso del locale, e vidi sulla soglia, un bellissimo ragazzo dai capelli rossicci. I suoi occhi erano blu quasi come il cielo sopra di noi, la sua polo rossa a maniche lunghe risaltava le larghe spalle e i pettorali lievemente scolpiti e i suoi jeans scoloriti cingevano le sue lunghe gambe.
Dovetti pensare per qualche minuto, prima di riconoscere il ragazzo in kilt che avevo incontrato nell’autobus.
“Ancora tu?” esclamai con un misto di sorpresa e ingiustificata scortesia.
“Mi dispiace di averti disturbata” mi fissò titubante negli occhi. “Posso vedere?” continuò spostando lo sguardo sul mio polso.
“Non è niente” risposi istintiva. Non riuscivo a smettere di fissarlo: era così diverso da quel pomeriggio, la sua espressione ora si era addolcita in un sorriso, che risaltava i suoi occhi vivi ed espressivi. Mi ricordai dell’assurdo pensiero che avevo avuto quel pomeriggio, mi ero sicuramente sbagliata. Non lo avevo mai visto, quei lineamenti erano totalmente estranei, benché potessi sentire una qualche connessione particolarmente profonda. Ne ero affascinata.
“Ti prego, insisto, prometto che poi ti lascio in pace”.
“No!” esclamai istintivamente e in modo secco.
Lui s’irrigidì.
“No, volevo dire…” sentii la pelle del mio viso bruciare e abbassai lo sguardo sulle sue scarpe nere e lucide “Volevo dire che non devi lasciarmi in pace”.
Sorrise e tesela sua mano verso di me, attendendo paziente e delicato che a mia volta gli mostrassi il mio polso gonfio.
“Ma ne capisci qualcosa almeno?” cercai di ridere per risollevare l’atmosfera.
“Me la cavo” sorrise.
Con un dito leggero e delicato iniziò ad accarezzarmi l’indice e poi lento risalì attraverso il dorso dolente, fino ad arrivare a sfiorare il mio polso. Sentii una fitta fortissima e istintivamente cercai di ritrarre la mano, ma velocemente mi afferrò il braccio.
“Prometto che non te ne pentirai”.
Rilassai il muscolo del braccio e lo osservai mentre concentrato mi sfiorava il polso.
“Ora devo tirare un pochino e potrebbe farti parecchio male. Sei pronta?”
“Posso fidarmi?”
“Sì” rispose cercando il mio sguardo.
“Allora, uno… du”
Sentii improvvisamente le mie ossa tirare. La mia vista si annebbiò qualche istante, ma in pochi secondi il dolore era sparito.
“Cosa sei, una specie di fisioterapista da record?” gli domandai appena riuscii a riprendere fiato. “E poi, non si conta fino a tre?”.
“Sì, ma se avessi aspettato il tre, saresti stata ancora più rigida e l’attesa, in certi casi non aiuta” disse compiaciuto. “Va meglio?” si assicurò subito dopo.
“Sì, non mi fa più male, è strano, avrei giurato che fosse rotto”.
“Ti sei sbagliata, era solo una botta”
“Il dolore è passato troppo improvvisamente!”
“A volte basta rimettere a posto qualche nervo” ribatté pronto.
“Comunque grazie” mi addolcii. Ormai ero inutilmente paranoica.
“Paul”.
Paul? Perché proprio quel nome? Paul, dovevo correre da lui. Ma ormai era probabilmente troppo tardi. Lo guardai dubbiosa e solo allora mi accorsi che mi stava ancora tenendo la mano tra le sue dita sottili.
“Victoria”.
“Ti va di bere …” fece cenno con la testa verso il pub.
“Mi dispiace, sono di fretta, ho un appuntamento”.
“Ah, dovevo immaginarlo”.
“Cosa?”
“Che avevi il ragazzo”.
“No, io…” mi fermai prima di commettere un errore terribile. “Sì, effettivamente sì, però è stato un piacere conoscerti Paul”.
“Anche per me” attese qualche istante “Magari.. potrei lasciarti il mio numero, così nel caso tu decida se hai il ragazzo o no, o anche solo se vuoi un amico con cui sfogarti puoi chiamarmi”.
Sentii il viso già bollente diventare ancora più rosso.
“E scusa se te lo dico così esplicitamente, ma sembrerebbe che tu ne abbia davvero bisogno ed io sono bravo ad ascoltare”.
Cercai un foglietto nella mia borsa per farmi scrivere il numero, ma senza pensarci troppo decisi invece di scrivergli il mio.
“Mi sembra che tu abbia un ottimo tempismo nel trovarmi, vediamo quanto sei bravo” lo provocai.
“Non potevi fare scelta migliore” rispose sicuro di sé.
Guardai l’ora ed erano già le 8.40.
“Devo scappare Paul”
“A presto” disse dandomi un bacio sulla guancia e rientrando nel locale.
Senza voltarmi imboccai i viottoli della city per raggiungere il parco in tempo. Appena ebbi svoltato l’angolo, mi pentii della mia scelta: non avrei dovuto dare il mio numero a uno sconosciuto. Ma non era quello che veramente mi turbava: non avrei dovuto rifiutare il suo numero. Mi sentivo quasi come se avessi potuto aver bisogno di lui. In qualche modo sentivo un’insana e prematura dipendenza da Paul.
Ormai mi sentivo manovrata da un bizzarro destino, che si stava divertendo con me. In cuor mio, o meglio nella zona più pulsionale e irrazionale del mio cervello, sapevo che l’avrei risentito presto e che quegli incontri non erano stati per nulla casuali. Come sospettavo che anche quel nome non fosse casuale: in fondo, quel pomeriggio, senza suggerimento alcuno, non avevo forse pensato a Paul, mentre guardavo quello strano individuo negli occhi?
21:33
Scritto da: giorjazz
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03/03/2010
Capitolo 17 - Aspettando la verità
17.
Aspettando la verità
Il mio sguardo era pietrificato verso Meredith, ma non la vedevo. Davanti ai miei occhi passavano frammenti di memoria: dovevo capire da che parte stare, di chi fidarmi.
Perché Chris mi aveva lasciato parlare con Meredith se poteva percepire il pericolo? Era ovviamente sicuro di sé. Non poteva nascondere qualcosa, non poteva aspettarsi che la sua parola fosse messa in discussione. No, non poteva, perché lui era stato onesto con me.
Eppure.. Il ragionamento di Meredith filava. Per quanto lei fosse accecata da Eiichi quanto io lo ero da Chris, aveva dimostrato di essere più lucida di me. Non avevo ripensato a Clonmel e a quel dolce abbraccio. Non avevo pensato… O mio Dio! Chris mi aveva presa per mano in centro a Dublino ed ero già follemente innamorata di lui. Non mi era successo niente però! Cosa mancava, quale tassello?
L’unico modo per scoprirlo era rischiare: avrei affrontato Eiichi e le conseguenze che ne derivavano!
“Meredith, mi presti il tuo ragazzo stasera?” la rimisi a fuoco.
“Cosa vuoi dire?” mi guardò con aria interrogativa.
“Intendo che ho bisogno di parlare con Eiichi, da sola”.
“Certo” rispose, ma sembrava poco convinta.
“Oddio Mer, non crederai a quella storia del rifiuto, vero?”.
“No, scusami, che sciocca. So che posso fidarmi di te. È tutto tuo”.
“Sei fantastica” le dissi abbracciandola. “Però Chris non deve saperne nulla, ok?”.
“Sapere cosa?” mi fece l’occhiolino.
“Dagli appuntamento alle 9.00 davanti all’ingresso del parco di St. Stephen, quello davanti a Grafton Street, e poi confermamelo via sms”.
“Consideralo fatto”.
Alzai improvvisamente la voce “Meredith, sei totalmente irragionevole, mi hai stancata. Se non vuoi crederci è ormai un problema tuo”.
“E tu sei completamente pazza, non voglio più vederti” rispose Mer quasi urlando.
Mi sforzai di ricordare quando avevo 5 anni e innocentemente avevo fatto capire alla mamma che Karin aveva rotto il suo vaso preferito. Karin era stata messa in castigo per ben due settimane: niente merenda. Per vendicarsi aveva preso la mia bambola preferita e dopo averla tenuta appesa per i capelli a dondolare davanti a me, ma troppo in alto perché riuscissi a riprendermela, le aveva staccato la testa. Io, nonostante fossi solo una bambina, per la prima volta, invece che provare la tristezza che si conclude con una frignata, avevo scoperto cosa fosse la vera rabbia. Sì, a 5 anni ero già furibonda!
Al solo pensiero mi innervosii nuovamente, quel senso di rabbia e disappunto riuscirono a impadronirsi nuovamente di me. Per una volta potevo essere grata a Karin: era questa la sensazione di cui avevo bisogno per rendere credibile la scenata.
Cercavo altre immagini nella mia mente per far sopravvivere quell’emozione e reprimere paura e disappunto. Pensai a quando mi avevano clonato la carta di credito, rubandomi i pochi risparmi che ero riuscita a mettere da parte. Ma tra le immagini della mia mente riaffioravano il dolce sorriso di Chris, le tenere parole che mi aveva rivolto, le sensazioni che mi continuava a dare. E il dubbio, la tristezza di tante possibili bugie, di un rischio troppo elevato che stavo correndo.
Tuttavia non capivo perché. Perché mi aveva cercato, perché non mi aveva ancora uccisa, perché mi trovavo in mezzo a questi due esseri. Cosa avevo fatto?
Tramutai le mie paure in una giustificata rabbia e raggiunsi Chris all’interno del locale. Era in piedi, teso verso l’uscita, con un braccio stretto dalla mano di Eiichi.
“Lasciami, è tutta colpa tua, devo andare da lei” disse con rabbia poco prima di vedermi.
Quando incrociò i miei occhi si irrigidì.
Sobbalzai quando sentii una mano sulla mia spalla.
“Victoria, stai bene?”.
Mi voltai verso Paul, che mi fissava con sguardo preoccupato. Lui non aveva bisogno di percepire le mie emozioni: sapeva leggerle alla perfezione meglio di chiunque altro.
Oh Paul, tu sì che mi capisci, solo tu sai davvero leggere le mie emozioni più di chiunque altro, più di chi realmente le percepisce. Quanto vorrei abbracciarti ore, quanto vorrei sfogarmi e piangere. Ma devo essere forte, devo capire cosa sta succedendo e ora non posso cedere. Perdonami. Quanto avrei desiderato che potesse leggere nella mia mente.
“Sì Paul, ti ringrazio!”.
“Ti ho sentita gridare con Meredith e volevo solo…”.
“Tranquillo, davvero, forse un giorno tutto tornerà come prima” dissi speranzosa, più per convincere me, che lui.
“Capisco, sicuramente andrà tutto a posto” abbozzò un sorriso “ma se hai bisogno di me, sai che ci sono, vero?”.
“Sì” sussurrai, dandogli un affettuoso bacio sulla guancia.
Chris nel frattempo si era seduto. Mi guardava con occhi tristi.
“Per favore, andiamocene” gli dissi prendendolo istintivamente per mano.
Il suo sguardo si allarmò ma subito lasciò spazio all’espressione di tristezza di poco prima: sì, lo avevo toccato, ero sana e salva e sapevo che non avrei corso pericoli: il mio sentimento per lui in quel momento non era forte, non ero vulnerabile.
“Certo” si lasciò trascinare dalle mie dita intrecciate con delicatezza alle sue.
“Mi dispiace che sia andata così tra te e Meredith”. disse sinceramente.
“Sì lo so, è una stupida, non mi vuole ascoltare”.
“Dalle tempo, non è facile accettare che la persona di cui si è innamorata la sta usando, per di più se le dici pure che non è puramente un essere umano” cercava di tranquillizzarmi, ma dalla sua voce potevo percepire che anche lui non fosse pienamente convinto della mia confusione.
Stavamo attraversano il ponte di Ha’ Penny, quando si fermò. Mi lasciò la mano e si voltò verso di me: “Ti fidi di me Vicky?”. I suoi occhi mi parvero sinceri come sempre, anzi, ancor di più, con una velatura di tristezza e malinconia.
“Chris, io..” non riuscii a mentirgli.
“Lo sentivo. Le tue emozioni sono così confuse in questo momento. Ma non voglio spingerti verso di me, rischiando di allontanarti. Fai ciò che devi, io comunque ti aspetterò”.
“Grazie”. Quasi bisbigliai.
“Solo… ti prego,sii prudente. Me lo prometti?”:
Ripensai al quasi appuntamento che avevo fissato. No, non era prudente, ma non volevo farlo stare in pensiero. In ogni caso se lui fosse stato il cattivo non doveva sospettare, mentre se lui fosse stato davvero il buono, non doveva soffrire.
“Certo, farò attenzione. Grazie per la comprensione”.
Annuì. “Vuoi che ti accompagni a casa?”.
“No grazie, farò quattro passi per schiarirmi le idee e poi prenderò l’autobus”.
“Come preferisci” mi diede un dolce bacio sulla fronte.
Mi incamminai verso l’inizio di O’Connel street per prendere il 121 che mi avrebbe portata dritta davanti a casa. Sentivo le gambe leggere e svelte, che calpestavano le mattonelle bianche. Intorno vedevo uomini eleganti e mamme con i passeggini: nel cielo blu brillava un fioco sole che sembrava aver risvegliato la città. Gli autobus si rincorrevano e si sorpassavano in una danza paziente e coordinata. Sbirciavo ogni tanto per vedere se avessi dovuto rincorrere il mio, ma fortunatamente non dovetti affrettarmi. L’aria era frizzante, ma un certo odore di gasolio bruciato ne rovinava il profumo: non capitava spesso di poterlo annusare, solitamene veniva spazzato via dal frequente, quanto familiare, odore di cemento umido.
Mi resi conto di aver smesso di pensare: stavo per incontrare Eiichi, stavo per dargli la possibilità di avvicinarsi a me, ero in pericolo, ma non mi interessava. Volevo godermi quel pomeriggio, rilassarmi, annusare, assaggiare la mia città. Avevo bisogno della sincerità dell’affetto della mia famiglia strampalata, dovevo aggrapparmi a qualcosa di conosciuto, scontato, sicuro.
Arrivai alla fermata, una fila di uomini e donne anziani facevano tintinnare pochi euro nelle loro mani: non bisogna fare aspettare. In punta alla coda ancora disordinata c’era un giovane, almeno così pareva, che attirò la mia attenzione: Indossava occhiali da sole scuri, e un capellino sportivo bianco che richiamava la sua giovane età, ma aveva anche delle profonde rughe sulla fronte crucciata che mi fecero dubitare più volte sulla sua possibile età. Il viso, dai lineamenti apparentemente fini era quasi nascosto da una barbetta incolta e scura. Indossava un kilt rosso e calze bianche lunghe fino al ginocchio. La sua pelle nuda era bianca, quasi trasparente. Sopra al kilt una camicia bianca, con le maniche rimboccate, nonostante l’aria fosse troppo fredda perché un abbigliamento così leggero potesse essere non solo piacevole, ma addirittura sopportato. Poteva essere appena uscito da una recita, un rappresentazione, eppure non si muoveva, non sembrava aver freddo, ne’ essere impaziente per l’arrivo dell’autobus. Il suo viso era rivolto verso la strada, verso un punto non facilmente definibile. Mi domandavo cosa avesse colto la sua attenzione, quali pensieri potessero attraversare quello strano individuo, quando improvvisamente abbassò gli occhiali da sole sotto il mento e si voltò verso di me: mi guardò per un istante dritta negli occhi.
Sarà stata la mia immaginazione, ma ero certa che quello sguardo vitreo non volesse trasmettermi nulla di buono: rabbrividii.
L’autobus finalmente arrivò e io attesi il mio turno. Quando salii cercai un posto libero ma l’unico che potevo vedere era a due sedili di distanza da dove quel ragazzo si era seduto. Potevo andare in fondo e stare in piedi, ma sarei stata sicuramente male, quindi decisi che mi sarei accomodata, sebbene non mi piacesse l’idea, immaginare quantomeno, di avere il suo sguardo fisso sulla mia testa. Ma in realtà, che male c’era? Era un caso che quello strano ragazzo mi avesse guardata in quel modo. Anzi, sicuramente avevo interpretato male, probabilmente non cera nessun messaggio, era un’espressione casuale che aveva fortuitamente incrociato i miei occhi.
Dopo di me non salì più nessuno e proprio mentre stavo per sedermi l’autobus ripartì, facendomi quasi cadere in avanti. Mi aggrappai al primo sostegno che trovai, ma, appena riuscii a ritrovare l’equilibrio, pensai che sarebbe stato molto meglio prendere una bella botta sul sedere.
“Tutto bene? Hai preso un bello strappo a quel braccio” mi sorrise e le pieghe della fronte svanirono, lasciando spazio ad una luminosa pelle bianca.
“Sì, sì grazie e scusa per il braccio, spero di non averti lasciato un brutto livido”.
“Non c’è problema, anche se sembro mingherlino, in realtà sono piuttosto forte!” rise.
Arrossii al pensiero di quel braccio forte che avevo stretto: il muscolo era duro e non cedette nemmeno un attimo, nonostante lo avessi tirato con tutto il mio peso.
Ricambiai la sua risata con un sorriso e andai a sedermi nel posto libero.
Ero nuovamente turbata, non tanto per la forte attrazione che quel ragazzo esercitava su di me, quanto per il dubbio che si insinuava nel mio cuore: ero veramente innamorata di Chris?
O la mia era forse solo un’illusione, o ancor peggio, un sentimento costretto da un’entità superiore? Non volevo dubitare, non potevo credere che quelle emozioni fossero solo e pura illusione. Eppure, quando ero lontana da lui, ero così vulnerabile.
Mi arrivò un messaggio e la vibrazione mi fece trasalire.
Appuntamento confermato, Eiichi è tutto tuo, ma non farmi diventare gelosa :-)
Era deciso, lo avrei affrontato e mi avrebbe dato tutte le spiegazioni di cui necessitavo e che meritavo.
“Mi sembri piuttosto scossa” disse il ragazzo sedendosi affianco a me.
“Perché lo dici?” chiesi incuriosita e stranita.
“Non hai risposto” mi fece notare.
“Sì beh, io.. stasera devo vedere una persona e non so se faccio la cosa giusta”.
“La curiosità è importante ma quando si hanno delle certezze è pericoloso cedere alla tentazione del dubbio”.
Che bell’aiuto, tanto valeva che non mi dicesse nulla. Ma soprattutto, perché gli avevo raccontato una cosa così personale? E soprattutto, come faceva a sapere del mio nervosismo? E se anche lui…
“Come fai a sapere che sono scossa?” gli domandai quasi con rabbia.
“Hai fatto un balzo qualche secondo fa”.
“Mi stavi fissando?” risposi io infastidita.
“Mi hai incuriosito e mi ero appena voltato a guardarti, quando ti ho vista trasalire”.
Non so che espressione avevo fatto ma continuò dicendomi che ero buffa.
“Io sarei buffa? Ma ti sei accorto di come sei vestito?” risposi con tono gentile cercando di non offenderlo.
“Eh lo so, a volta mi piace indossare vestiti tradizionali, specialmente quando sono in servizio” rispose con un velo di ironia.
“In servizio?” domandai confusa. Che tipo di servizio poteva mai dare vestito in quel modo?
“Diciamo che mi occupo di aiutare gli altri. Con un po’ di buon umore e le parole giuste spesso si riesce ad essere molto influenti, senza necessariamente intervenire”.
“Tradotto?” chiesi io ancora più confusa.
Mi fissò per qualche secondo prima di rispondere. “Faccio parte di un gruppo di attori itineranti che girano per case di cura di anziani. Mettiamo in scena una recita in costume che riprende vecchie tradizioni e leggende”.
Il suo volto era allegro e sorridente e ora che le rughe meditative se ne erano andate, potevo affermare con una certa sicurezza che avesse poco più della mia età.
Lo riguardai con attenzione: aveva qualcosa di familiare, sebbene non fossi in grado di capire cosa. Erano forse i suoi occhi, che mi aveva lasciato scorgere solo una seconda volta, mentre assicurava che stessi bene, o forse era qualcosa di non totalmente estraneo in quel dolce sorriso malizioso.
“Quali leggende in particolare?” gli domandai: magari potevo imparare qualcosa di utile.
“È la mia fermata, magari ci si rivede” disse scattando in piedi mentre l’autobus frenava.
“Grazie ancora per prima..” quasi urlai mentre si faceva largo per scendere.
“È stato un piacere, non si può non impazzire per te” urlò a sua volta, prima che le porte si chiudessero separandoci.
Rimasi lusingata, tuttavia non mi accontentavo di una casualità simile, quel ragazzo aveva qualcosa che non riuscivo a spiegarmi. Mi ricordava qualcosa che in quel momento mi sfuggiva. Quegli occhi, quel sorriso, quella dolcezza. Non erano di Chris, lui era diverso, era perfetto. C’era qualcosa di molto differente ma che, a suo modo, sapeva infondermi una calma che solo.. No, non poteva centrare nulla con quella persona! Eppure la somiglianza mi sembrava sempre più evidente, nonostante l’apparente diversità. Stavo esagerando! Avevo bisogno di un the con la mamma, qualche chiacchiera e consiglio e magari anche di Karin, che mi avrebbe sicuramente fatta infuriare per qualcosa, riuscendo a distrarmi.
16:47
Scritto da: giorjazz
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